I miei romanzi
 

I miei romanzi
 
 
Ogni romanzo è una goccia di vita, una ricerca ininterrotta verso domande che si perpetuano nel cammino.
 
"Compagni di viaggio"
edito da Marsilio
INCIPIT:

1.

La clinica era quella di vent'anni prima: una villa colonica in aperta campagna. La stanza era bianca e silenziosa, a due letti, con l'odore di lavanda e candeggina incollato ai muri. Tra i due letti c'era un paravento grigio.
Nel primo letto era stesa una vecchia, molto grassa e sudata. Dormiva girata da un lato, o forse fingeva di dormire: nuda sopra le lenzuola stropicciate.
Lei doveva essere dietro il paravento. Non era l'idea della sua morte a farmi tremare le mani mentre camminavo: l'avevo immaginata morta così tante volte da dubitare persino della sua esistenza.
Mi fermai. Presi un fazzoletto dalla borsa e mi soffiai il naso: allergia.
Era stato mio padre a telefonarmi. "Sta morendo" aveva detto quel mattino. Non mi aveva chiesto di andare, aveva detto solo quello.
"Ci sentiamo dopo, è meglio" avevo risposto prima di riagganciare.
Poche parole e lei era tornata, spazzando via la nebbia che le avevo rovesciato addosso.
Un altro passo. Eccola: una donna asciutta e senza guance in un letto troppo grande: la schiena rialzata, la testa abbandonata indietro, la bocca spalancata e un rantolo continuo. Era già morta, dentro e fuori, e aveva perduto la lucentezza che ricordavo. Aveva gli occhi semichiusi e la fronte segnata.
Voltò la testa verso me quando mi avvicinai. Forse mi scambiò per un'infermiera: si indicò la gola con un verso rauco, diverse volte, finché capii. Le avvicinai il bicchiere sistemato sul comodino alle labbra. Si sbrodolò e pianse. Presi il cucchiaino lasciato accanto al bicchiere e la imboccai. Ancora mi tremavano le mani. Era l'aria: non si poteva respirare lì dentro. Non riuscì a deglutire e sputò l'unico sorso d'acqua che le era entrato in bocca. La asciugai con il lenzuolo e lei gettò indietro la testa, ricominciando a rantolare.
La guardai e, per un istante, la oltrepassai. Udii la sua voce, acuta e decisa, di tanti anni prima e annaspai alla ricerca del suo profumo di sapone. Un rantolo più forte mi ricondusse al corpo consumato che avevo davanti agli occhi. Niente, quella donna non aveva più niente di mia madre.
"L'odore del silenzio"
edito da Marsilio - 2002
INCIPIT:

1.

Ricordo solo un suono secco, simile allo schiocco di una frustata nel vuoto, ma meno feroce, come se tra la fonte del rumore e l'ascoltatore fosse stato piazzato un telo. Per la sua durata non posso essere obiettivo, perché la mia memoria ne ha dilatato la lunghezza, adeguandola al peso che ebbe sulla mia vita. In quanto all’odore in cui era incartato, non ho dubbi: odore di buio e umidità. Mi ronzò acuto nelle narici per molti, molti giorni.

Guidavo da una ventina di minuti, accompagnato dal gracchiare dell’autoradio e da quella nausea che mi colpiva ogni volta che staccavo i piedi dal letto. Non potevo farci niente, era così da mesi, o forse da anni. In effetti, credo di non essere mai stato privo di quel senso d’insufficienza mattutina. Impreparato alla vita, diceva mio padre sputandomi in faccia quel suo sorriso sprezzante.
Avevo da poco spento la quinta sigaretta della mattina. Il sapore della nicotina si era incollato al volante, insieme alle mie dita. Mi bruciava la gola e avevo ancora voglia di vomitare: dovevo ficcarmi in bocca qualcosa. Fumi troppo, diceva Carol, occhi neri, ogni sera ispezionandomi i polpastrelli ingialliti. Fumi troppo: cazzate, dolce Carol, cazzate, ma non te la prendere, prima o poi la pianto, la pianto con tutto.
Non so ancora come ci fosse finito quel pacchetto di mentine sul cruscotto. Lo vidi lì, proprio mentre annaspavo in cerca dell’accendino. Menta che sapeva di pelle fresca, giovane, pelle di donna. Forse lo aveva dimenticato lei: nessun altro era salito sulla mia auto negli ultimi mesi. Di certo non era mio. Odiavo le mentine.
Dovresti darci un taglio. C’è puzza di fumo dappertutto. La voce di Carol, venticinque anni, cosce lunghe, con la sua seducente inclinazione ad ingoiare la r, mi ronzò in testa. Accadeva sempre: in auto, in ufficio, persino al cesso. Una voce così sottile da infilarsi dentro all’anima, come uno spillo, e piantarsi lì, per sempre. Sempre. Roba da brivido.
Scrollai la schiena e la sua voce tornò ancora, umida e lunga.
Dovresti smettere, mi ripeteva ogni volta che vagavo per le stanze in cerca di un pacchetto. In questa casa il nostro odore è coperto dal fumo. Siamo stati cancellati dalle tue sigarette. Diceva accoccolandosi sul divano. Stiamo diventando fumo. Dio, quanto aveva ragione.
Non avevo nessun’intenzione di smettere: fatica sprecata, troppo impegno, rinunce e di nuovo quel vago sapore di marcio. Eppure, quella mattina, mi lasciai stordire dalla voce calda di Carol, e mi tuffai nel suo profumo di miele. Permisi alle sue leggi di avvolgermi e decisi di assecondarla. Dovresti smettere. E per pochi secondi, ci provai. Ma non gliene feci mai una colpa, povera piccola, né la ritenni responsabile per quello stramaledetto pacchetto di mentine. No, non fu sua la colpa.
Come solo un imbecille prossimo ai quaranta potrebbe fare, sorrisi all'immagine di Carol, boccata d’ossigeno, e rinunciai alla sigaretta già pronta nel taschino. Sorridevo come un cretino, immaginando il momento in cui glielo avrei raccontato. Ridevo, delineando nella mia mente la sua espressione compiaciuta, e ridevo sognando quella sua piega capricciosa del labbro e ridevo davanti alla luce vittoriosa che avrebbero assunto i suoi occhi. Ridevo. Come un coglione.
Afferrai quel pacchetto di mentine senza sapere che qualcuno, sicuramente lei, lo avesse già aperto dalla parte sbagliata. Le caramelle si rovesciarono sulle mie gambe e sul sedile accanto. Precipitarono in giro, per tutta la macchina spargendo zucchero e odore di menta. Certo, avrei potuto lasciar perdere: in fondo che differenza poteva fare una sigaretta in più o in meno? Invece, per una dannata frazione di secondo, solo per un istante e non di più, spostai lo sguardo sul sedile, staccai una mano dal volante e catturai la mentina. Una fottuta mentina.
Fu allora, prima di infilarmela in bocca, che udii quel suono.
Un rumore attutito.
Toc.
Niente di più.